Loggia Francesco Xaverio Geminiani 1345 all'Oriente di Lucca
Loggia Francesco Xaverio Geminiani          1345 all'Oriente di Lucca

Lucca Esoterica

 

HIC QVEM CRETICVS EDIT
DEDALVS EST LABERINTHVS
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cioè:

Questo è il labirinto
che il cretese1 Dedalo costruì e dal quale nessuno, entratovi, poté uscire all’infuori di Teseo aiutato, per am
ore, dal filo di Arianna

 

1 In realtà Dedalo era ateniese e non cretese

       Dedalo, ateniese, il costruttore del labirinto di Creta, fu architetto, scultore, ingegnere e inventore (inventò, per esempio, l’ascia e il trapano, due strumenti importantissimi per le costruzioni navali).
Alcuni aspetti della sua vita privata possono destare riprovazione. Per esempio, perché costruì una vacca in legno che accogliesse Pasifae, moglie di Minosse, e le consentisse di consumare il suo infame appetito per quel toro del quale si era innamorata? Fra l’altro, il toro non era d’accordo e la vacca in legno serviva per trarlo in inganno. Sotto questo aspetto possiamo paragonare Dedalo a Wernher von Braun che aveva cominciato con il servire una causa sbagliata (dal nostro punto di vista), ma fu sempre geniale, sia quando aveva progettato per i tedeschi le micidiali V2 (Vergeltungswaffe 2), sia quando progettò per gli americani il Saturn V e fu un protagonista della conquista dello spazio.

Per Minosse Dedalo aveva anche costruito il Labirinto, nel quale fu rinchiuso il figlio di quel turpe amore, perché non ne uscisse mai. Quando però un altro ateniese, Teseo, venne a Creta per uccidere il mostro (al quale era destinato il tributo di sette giovani e sette fanciulle – ateniesi – da divorare ogni anno), fu lui a suggerire lo stratagemma del “filo di Arianna”, perché Teseo potesse entrare nel Labirinto, uccidere il Minotauro e far ritorno ad Atene. Si chiama filo di Arianna perché Teseo, forte dell’amore che aveva saputo suscitare in Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, le chiese aiuto per uscire dal Labirinto; Arianna a sua volta si rivolse a Dedalo che suggerì l’idea di un gomitolo di lana da srotolare, via via che Teseo penetrasse nei meandri del Labirinto. Per trovare l’uscita, sarebbe stato sufficiente raccogliere il filo che aveva precedentemente srotolato.

Però Minosse, saputo del successo di Teseo e dello stratagemma ideato da Dedalo, punì l’artefice rinchiudendolo in una torre, all’interno del Labirinto, insieme con il figlioletto Icaro. Qui Dedalo, sempre ingegnoso, trovò il modo di evadere costruendo per sé e per il figlio un sistema di propulsione ad ala battente. Quel che ne seguì è noto: i due si allontanarono in volo dal Labirinto, diretti in Italia – verso la Magna Graecia – ma Icaro, troppo fiducioso e quasi inebriato dal mezzo tecnologico, si spinse oltre il dovuto in prossimità del Sole, il cui calore sciolse la cera utilizzata per la costruzione dell’apparecchio di volo. Icaro precipitò nel mare mentre Dedalo, impotente a venire in soccorso del figlio, proseguì il suo viaggio verso la Sicilia, secondo quanto ci riferiscono Pausania e Diodoro, dove lasciò tracce notevolissime del suo ingegno di artefice versatile. Secondo Virgilio invece (seguito da altri poeti, come Silio, Stazio e Giovenale) approdò a Cuma, dove edificò un tempio ad Apollo. La descrizione dell’opera di Dedalo scultore è il pretesto con cui Virgilio, con poche parole di grande efficacia, esprime il dolore del padre orbato del figlio. Avendo infatti edificato il tempio, Dedalo ne costruisce le porte, dove rappresenta la concatenazione degli eventi che l’hanno portato a Cuma: il turpe amore dal quale nacque il Minotauro; la costruzione del Labirinto; la morte di Androgeo figlio di Minosse, atleta invincibile e ucciso dagli ateniesi per invidia; la punizione degli ateniesi che furono costretti al triste tributo dei fanciulli; lo stratagemma del filo di Arianna; la fuga dal Labirinto. Avrebbe voluto rappresentare anche Icaro, ma ne fu impedito dal dolore. Perché due volte Dedalo provò a plasmare la sventura del figlio, e due volte la mani pietose del padre caddero inerti.

 

                                               [...] Tu quoque magnam

              partem opere in tanto, sineret dolor, Icare haberes.

              Bis conatus est casus effingere in auro,

              bis patriae cecidere manus.

 

Il labirinto del Duomo di Lucca (XI sec., rinnovato nel XII e XIII sec.) è tracciato, ad altezza d’uomo, nel semipilastro a destra dell’atrio del Duomo, addossato al campanile. Esso costituisce una testimonianza del passaggio dei pellegrini, un segno tangibile in senso proprio: è consumato, infatti, dalle dita di migliaia di persone che ne cercavano la soluzione. Non bisogna dimenticare – fra l’altro – che il Duomo di Siena custodisce la reliquia del Volto Santo, una statua lignea che fu oggetto di grandissima venerazione nel Medioevo e che per i pellegrini costituiva una sorta di viatico spirituale.
Anche qui, ovviamente, il labirinto è un simbolo delle difficoltà di pervenire alla meta finale (Roma, o addirittura Gerusalemme). L’iscrizione fa presente che il labirinto inciso nella pietra è quello costruito da Dedalo, dal quale solo Teseo riuscì a evadere. Ma il richiamo al mito pagano ha un valore paradigmatico, è un pretesto retorico da interpretare tutto in chiave cristiana: è impossibile uscire dai meandri del peccato senza l’aiuto caritatevole di Dio, così come sarebbe stato impensabile che Teseo potesse uscire dal Labirinto senza l’amore di Arianna

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